CESNUR - center for studies on new religions

Introvigne dice perché bisogna aiutare l’Islam conservatore

A Baghdad come a Kabul si discute su come conciliare democrazia e Allah. Analisi

("Il Foglio", 6 dicembre 2003)

Roma. “A non essere esportabile nel mondo islamico è la democrazia laica alla Chirac, che in quella situazione si può reggere solo sui militari. Mentre si può esportare la democrazia senza laicismo”. Il sociologo delle religioni Massimo Introvigne, direttore del Cesnur, spiega al Foglio perché, nella discussione sulle costituzioni afghana e irachena, è obbligatorio rivedere molti luoghi comuni e guardare alla Turchia. Bersaglio del terrorismo anche perché “è un modello di via islamica alla democrazia, che coniuga Islam politico, liberismo e politica estera filo-occidentale. Per questo i terroristi lo attaccano e lanciano avvertimenti mafiosi. Come il riferimento, nelle rivendicazioni, al ‘Grande Oriente’, concetto che nell’immaginario politico turco coincide con il primato politico dell’Islam, considerato il ‘vero’ Grande Oriente, in contrapposizione a quello massonico”. La Turchia, secondo Introvigne, è anche la prova che la modernizzazione, pur in presenza di uno sforzo di laicizzazione, non genera scomparsa ma risveglio della religione (a questa tesi ha dedicato il suo ultimo libro, firmato con l’americano Rodney Stark, edito da Piemme e intitolato “Dio è tornato”).
“Le prime elezioni turche veramente libere le ha vinte Erdogan con il suo partito d’ispirazione religiosa. Dimostrando che le campagne di laicizzazione, che vorrebbero estirpare le radici sociali dell’Islam, non funzionano. Si possono sradicare le istituzioni, ma le credenze individuali persistono”. Ed è significativo che “nel suo ultimo saggio, l’islamologo francese Olivier Roy, consigliere di Chirac, ammetta che forse gli americani sono un passo avanti nella comprensione del problema, quando si dimostrano disponibili a sostenere tentativi democratici (quello afghano) che si fondano su valori religiosi. Va incoraggiata la versione islamica della democrazia cristiana (per riprendere una battuta di Berlusconi), perché la versione araba del Partito d’azione o socialista francese non prenderà mai piede tra il popolo. Il problema iracheno è complicatissimo: laggiù tutte le forze conservatrici sono state fatte fuori”. E invece i conservatori sono necessari. Introvigne invita a distinguere “conservatori alla Erdogan, fondamentalisti come i Fratelli musulmani, e ultrafondamentalisti, come Hamas o bin Laden. In condizioni di normalità, il ‘mercato’ religioso dovrebbe premiare i conservatori. Non avviene in situazioni di guerra, quando prevalgono le posizioni estreme, come in Cecenia o in Israele. E non avviene dove i regimi non religiosi reprimono tutto l’Islam. I conservatori non reggono alla repressione, gli ultrafondamentalisti, clandestini per definizione, ci riescono brillantemente. La domanda di conservatorismo religioso finisce così per confluire sulla destra estrema. L’Algeria è un caso da manuale. I francesi hanno creduto di risolvere il problema finanziando generali che hanno raso al suolo il movimento islamico. Sono sopravvissute solo le bande ultrafondamentaliste”. Il fenomeno Erdogan, conclude Introvigne, “nasce dalla lungimiranza dei militari turchi, che dopo il colpo di Stato dell’80, con la nomina a primo ministro del sufi Ozal hanno consentito alla domanda di conservatorismo di orientarsi al centro. Erdogan è un ex fondamentalista divenuto conservatore. Nel suo partito ha fatto l’operazione che fece Fini a Fiuggi”. Ma a chi crede che la Turchia sia già pronta per l’Europa, Introvigne dice “è opportuna un’apertura per gradi. Bisogna incoraggiare Erdogan a insistere nel cammino, ancora agli inizi. Come Fini, deve fare i conti con i suoi colonnelli riluttanti”.

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