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Che cosa non sono le scienze sociali: una breve replica alla recensione del mio I Testimoni di Geova: già e non ancora di don Antonio Contri

di Massimo Introvigne

Ho letto con interesse la recensione di don Antonio Contri al mio I Testimoni di Geova: già e non ancora. L’amicizia e la stima per il recensore mi inducono ad alcune precisazioni, che sarebbero di scarso interesse se si riferissero solo al mio testo e non coinvolgessero problemi metodologici di interesse generale. Solo la considerazione di questi problemi - ripeto - mi induce a tali precisazioni, non certo l’intentio di svolgere una contro-recensione, dal momento che ogni recensione in quanto tale è comunque occasione di gratitudine verso il recensore, perché costringe l’autore a riflettere e manifesta attenzione da parte del recensore stesso. 

1. Il volume è inserito in una collana, Religioni e Movimenti, di cui costituisce il trentunesimo titolo. Tutti i titoli della collana precisano, in un riquadro collocato nella prima pagina, di avere natura esclusivamente storica o sociologica, e di prescindere quindi da qualunque giudizio di valore. Costituisce forse una conferma delle particolari sensibilità che una parte del mondo cattolico italiano ha in tema di Testimoni di Geova il fatto che questa impostazione abbia provocato al volume n. 31 della collana critiche mai formulate nei confronti dei trenta precedenti. Il metodo, peraltro, è rimasto lo stesso fin dal primo volume.

2. Il lavoro principale dei redattori della collana Religioni e Movimenti consiste nell’eliminare sistematicamente quanto eventualmente nei manoscritti degli autori costituisce giudizio di valore. Questo metodo – come si è accennato non occulto, anzi dichiarato in bella evidenza a partire dalla prima pagina – non è stato inventato dalla collana Religioni e Movimenti, ma è tipico dello studio della religione da parte delle scienze sociali. Si troverà una presentazione semplice dei vari modi di accostarsi ai nuovi movimenti religiosi (ma lo stesso vale per le “vecchie” religioni) in un articolo di una delle maggiori sociologhe della religione viventi, Eileen Barker, pubblicato sul sito del CESNUR (http://www.cesnur.org/2001/london2001/barker.htm). Da questo articolo si ricavano le differenze, tra l’altro, fra le analisi “orientate alla ricerca” tipiche della sociologia, quelle “contro le sette” che partono da una prospettiva religiosa e apologetica, e quelle dei gruppi anti-sette laicisti. Eileen Barker spiega che le analisi sociologiche, e quelle che in genere fanno parte delle scienze sociali, si caratterizzano in quanto “non si occupano della verità delle credenze e omettono completamente i giudizi di valore”. Gli altri due accostamenti, invece, si occupano della verità delle credenze e formulano giudizi di valore in base ai rispettivi parametri: la fede cattolica, o protestante, o buddhista, o ebraica, o così via per chi parte da una prospettiva apologetica; la prospettiva razionalista ostile alla religione (e su questo punto don Contri è d’accordo) per i movimenti anti-sette laicisti. E’ importante notare che la Barker non afferma affatto – né ricordo di averlo mai affermato io – che l’apologetica è un’attività meno nobile, “figlia di un Dio minore”, rispetto alle scienze sociali: si tratta di una attività degna e utile nel suo ambito, semplicemente diversa dall’accostamento sociologico. Evidentemente, affermare che la prospettiva sociologica sia “più vera” o “più valida” della prospettiva apologetica sarebbe già di per sé un giudizio sulla verità e sui valori: cioè, precisamente, il tipo di giudizio che le scienze sociali intendono astenersi dal formulare. Di fronte ai Testimoni di Geova (o, che so, alla Religione Raeliana) ci si può porre adottando (per semplificare il quadro, e mettendo per il momento fra parentesi la prospettiva laicista), un accostamento ispirato alle scienze sociali ovvero uno teologico e apologetico. Entrambi sono assolutamente legittimi, a patto però di saperli distinguere e di non confonderli. E non solo legittimi, da distinguere e da non confondere, intendendoli necessariamente come separati, ma piuttosto da mettere in sequenza logica: infatti, come emettere un giudizio corretto e in coscienza liberatorio se non su un fatto in scienza ben noto? Molte osservazioni di don Contri ruotano intorno alla critica secondo cui il volume non contiene critiche: si accontenta, scrive, di “descrivere e non prescrivere”, non definisce “deviante” la dottrina dei Testimoni di Geova, non ne rileva le “contraddizioni”, non esprime “scandalo” per le recenti modifiche. Dal mio punto di vista, tutte queste sono precisamente conferme del fatto che lo studio rimane nell’ambito che si è assegnato, evitando le valutazioni di verità e i giudizi di valore.

Don Contri in una nota “si augura” pure che “non corrisponda a verità” la voce secondo cui il mio volume avrebbe ricevuto valutazioni positive dagli stessi Testimoni di Geova, che ne promuoverebbero la diffusione. Don Contri allude qui a un documento fatto circolare da mesi da oppositori del CESNUR, che si presenta come una “circolare” dei Testimoni di Geova. Non sono in grado di valutare l’autenticità di questo documento. Ove lo fosse, si tratterebbe di una circolare in cui la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova afferma in esplicito di non avere intenzione di “promuovere la diffusione di questo libro”, ma di considerarlo “un utile fonte di informazioni” (inoltre, constatato che i libri della Elledici notoriamente si trovano in un numero ridotto di librerie, informa su come ordinarlo direttamente presso il CESNUR). Ancora una volta, il problema non si riduce a un semplice pettegolezzo, di per sé non meritevole di particolare attenzione, ma ha una dimensione metodologica che invece merita un breve cenno. Se si trattasse di un’opera di apologetica cattolica, un giudizio positivo da parte dei Testimoni di Geova giustificherebbe certo, per dire il meno, qualche commento malizioso: come minimo, l’autore dovrebbe essere accusato di avere totalmente fallito il suo scopo, che dovrebbe essere quello di parlare male dei Testimoni di Geova. Se invece siamo di fronte a un testo di scienza sociale, il metro di giudizio si rovescia. Il testo vuole essere una semplice fotografia dei Testimoni di Geova, senza dire se i Testimoni sono belli o brutti (cioè, fuor di metafora e ancora una volta, sperando che de hoc satis, senza giudizi di valore). Il fatto che – eventualmente – gli stessi Testimoni di Geova si ritengano bene descritti, e fotografati senza trucchi (“belli come siamo”, dirà un Testimone di Geova, per cui quindi il profilo, come dice la presunta circolare, sarà “basilarmente positivo”), per un’opera con intenti “fotografici” e descrittivi costituirebbe semmai un importante riconoscimento di avere raggiunto il suo scopo. Idealmente, un’opera descrittiva ben fatta, e in armonia con le buone regole delle scienze sociali, dovrebbe presentare una “fotografia” dei Testimoni di Geova che sia giudicata somigliante all’originale sia dagli stessi Testimoni di Geova sia dai loro oppositori (“belli come siamo”, dirà un Testimone di Geova, che troverà la descrizione, in quanto fedele, “positiva”; “brutti come sono”, dirà un contraddittore). E’ uno scopo perseguito dai volumi della collana Religioni e movimenti in generale, molti dei quali hanno ricevuto simili riconoscimenti. Sembrerebbe che sia così anche per il testo sui Testimoni di Geova: ove la “circolare” fosse autentica, avrebbe in comune con la recensione del mio volume apparsa su La Civiltà Cattolica (anno 153, volume III, quaderno 3653, 7 settembre 2002, p. 448) un’analoga valutazione quanto alla fedeltà della fotografia all’originale. Salvo – beninteso – che dalla stessa somiglianza all’originale i Testimoni di Geova ricavano, aggiungendo un giudizio di valore, che il profilo è “positivo” (come potrebbero dire diversamente?), mentre La Civiltà Cattolica esprime sui Testimoni un giudizio negativo di incompatibilità assoluta con la fede cattolica (anch’essa, come potrebbe dire diversamente?). Ed è proprio così che deve essere: una buona opera di sociologia offre la “materia prima” separata dai giudizi di valore a un gran numero di interlocutori diversi, che hanno titolo per aggiungere giudizi di valore diversissimi tra loro senza che si modifichino né l’oggetto di tale giudizio né la valutazione (empirica) di conformità della descrizione sociologica alla realtà descritta. A ben vedere, lo stesso don Contri non mette in discussione la sostanziale fedeltà della descrizione.

E’ proprio dell’accostamento delle scienze sociali alla religione in genere “descrivere e non prescrivere”, e rilevare “deviazioni”, “contraddizioni” e “scandali” significa precisamente esprimere giudizi di valore. Talora – ma si tratta certo di un’impressione fallace – sembra che la recensione di don Contri cada nella fallacia metodologica nota come shooting the messenger (“sparare al messaggero”), o – come diceva Antonio Gramsci – rompere il barometro sperando di eliminare il cattivo tempo: si cita una affermazione dei Testimoni di Geova, la si dichiara (alla luce della fede cattolica) deviante o scandalosa, e… si critica il sottoscritto per averla riportata senza giudizi di valore. Per esempio, a proposito del principio epistemologico secondo cui il Corpo Direttivo può precisare e anche modificare dottrine, si cita la mia ricostruzione di quanto pensano i Testimoni di Geova e si conclude: “Questo rappresenta un’affermazione gravissima”. Critica perfettamente legittima, dal punto di vista da cui si pone don Contri, ma da girare ai Testimoni di Geova. La critica andrebbe rivolta a me se avessi male riferito la dottrina dei Testimoni di Geova: apparentemente, anche secondo don Contri, non è così. A prescindere da questi infortuni sul piano della logica, la critica di don Contri si riduce a una manifestazione di antipatia verso il metodo “avalutativo” (cioè privo di giudizi di valore) delle scienze sociali in genere, non è chiaro se da rifiutarsi solo in quanto applicato ai Testimoni di Geova oppure a qualunque altro oggetto (nel qual caso, saremmo di fronte a una semplice riproposizione del rifiuto delle scienze sociali diffuso in un certo neo-tomismo pre–conciliare).

3. Alla critica oggettiva don Contri ne aggiunge un’altra soggettiva: dal momento che l’autore è cattolico, non gli sarebbe lecito accostarsi a un oggetto che fa parte del campo religioso dal punto di vista delle scienze sociali, ma dovrebbe farlo obbligatoriamente dal punto di vista della teologia e dell’apologetica. L’affermazione è interessante, ma paradossale: se la si prendesse alla lettera, si lascerebbero le scienze sociali ai soli atei. In effetti, un ministro di culto metodista come J. Gordon Melton non potrebbe pubblicare (come fa) apprezzate descrizioni (senza prescrizioni) delle religioni del mondo utilizzando il metodo storico-sociale: dovrebbe confrontarle tutte e sempre con la dottrina metodista; un ministro della Chiesa Riformata olandese come Reender Kranenborg non potrebbe scrivere (come fa) opere accademiche senza giudizi di valore sulla storia dell’induismo: potrebbe solo valutare l’induismo alla luce delle dottrine calviniste della sua Chiesa; e così via. Vuole forse sostenere don Contri che al cattolico è vietata l’attività di sociologo e storico delle religioni, a meno di esercitare queste attività in una prospettiva “confessionale”, così tagliandosi fuori dal circuito accademico internazionale? Naturalmente, non sarebbe neppure corretto affermare il contrario, e cioè che al sociologo e allo storico è vietato – ma sotto altro cappello, in altro ambito, e distinguendo chiaramente i due ruoli – testimoniare la sua fede. Sarebbe inopportuno e anche bizzarro che J. Gordon Melton trasformasse i suoi interventi a convegni scientifici o le voci delle sue celebri enciclopedie delle religioni in sermoni apologetici in difesa della fede metodista. Ma nulla gli vieta di tenere sermoni nella sua comunità o per i gruppi giovanili della sua parrocchia (cosa che non manca di fare). Diversi sociologi italiani sono sacerdoti cattolici: per fortuna, non li ho mai sentiti tenere prediche sul Vangelo domenicale all’università né lezioni di sociologia nell’omelia domenicale in parrocchia. Così, non solo non mi vergogno ma sono ben lieto di scrivere articoli di apologetica su pubblicazioni cattoliche, anche in relazione a nuovi movimenti religiosi (alcuni dei quali, in tema di Testimoni di Geova, pubblicati sui settimanali cattolici torinesi La Voce del Popolo e Il Nostro Tempo, furono poi raccolti nel volume con cui don Contri vorrebbe ora paragonare I Testimoni di Geova: già e non ancora; il genere letterario è ovviamente diverso). Semplicemente, quando scrivo per riviste scientifiche o per collane come Religioni e Movimenti che dichiarano di astenersi da giudizi di valore… mi astengo dai giudizi di valore, e non cerco di imbrogliare le carte travestendo l’apologetica da “ricerca socio-religiosa”; quando invece scrivo di apologetica enuncio in tutta chiarezza i miei obiettivi e il mio metodo.

4. Infine, don Contri attribuisce forse alla teoria detta della rational choice, e certamente al sottoscritto, la tesi secondo cui “se una religione si afferma, vuol dire che è vera”. La tesi non è contenuta, da nessuna parte, ne I Testimoni di Geova: già e non ancora, né (che io sappia) nei testi fondatori della rational choice, per il buon motivo che sono tutti testi di sociologia, da cui quindi è escluso per definizione il problema se una religione sia “vera” o “falsa”. Se una religione si afferma vuol dire semplicemente che si sono verificate determinate dinamiche sociali che la teoria della secolarizzazione e quella della rational choice interpretano in modi opposti, entrambe peraltro prescindendo dalla questione della “verità” di un credo religioso. Confesso poi di non capire bene in che senso la tesi che mi viene (impropriamente) attribuita saprebbe “molto di calvinismo americano sulla scia di Weber”. A parte il fatto che Weber (ahimè, così spesso più citato che letto) non era calvinista, e collegava semmai il successo del capitalismo alle variazioni presbiteriane post-calviniste piuttosto che al calvinismo in sé, anche Weber faceva della sociologia e si dichiarava incompetente a giudicare della verità di una religione: per questo tipo di musica, soleva dire, non aveva orecchio. Vero è, invece, che il mio libro si presenta come un “banco di prova” per testare alcune tesi della rational choice attraverso l’esempio dei Testimoni di Geova: come dichiaro all’inizio del libro, gli aspetti della storia e della dottrina dei Testimoni di Geova che scelgo di analizzare sono scelti in funzione dello scopo dichiarato, che è quello di mettere alla prova certi aspetti della rational choice (cfr. p. 20). Per esempio, in che cosa una discussione delle eventuali violazioni di leggi italiane o di altri paesi da parte di questo o quel dirigente dei Testimoni di Geova (che don Contri mi rimprovera di non avere citato) avrebbe aiutato a confermare o smentire le tesi della rational choice? Così, la scelta delle vicende storiche da esaminare più in dettaglio è avvenuta in funzione dello scopo dichiarato del volume. Mi si consenta però di sorridere quando si considera il mio testo, nella parte storica, ispirato o comunque analogo agli Annuari dei Testimoni di Geova, che sono stati per me una fonte del tutto secondaria: per ricostruire, per esempio, le vicende del “grano miracoloso” ho dovuto (letteralmente) rivoltare le pietre e le lapidi del cimitero di Fincastle, in Virginia, e sulle vicende familiari di Russell ho intrattenuto una corrispondenza con gli attuali discendenti della moglie, ricavandone particolari inediti e certamente ignoti agli attuali Testimoni di Geova. Giudicherà qualunque lettore se si tratti di un plaidoyer a favore di Russell o di Rutherford: a proposito di quest’ultimo, si sarebbe facilmente potuta notare la mia insistenza sull’importanza della sua formazione negli ambienti del populismo americano, un dato puntualmente negato dagli autori che fanno parte dei Testimoni di Geova. Quanto poi alla “sindrome di Festinger” il recensore è incorso, certo involontariamente, in un equivoco: io cito la teoria di Festinger, fin dall’introduzione, per valutarla criticamente, non per utilizzarla come spiegazione buona per tutti gli usi capace di giustificare qualunque scacco profetico. Infine, immaginare che modifiche che hanno determinato profonde conseguenze nella vita quotidiana dei Testimoni di Geova in tutto il mondo, e che sono state oggetto di ampi studi sociologici per esempio da parte di James Richardson e Pauline Côté (senza che nessuno di questi due autori citi l’Italia), siano state concepite soltanto in funzione della ratifica dell’Intesa da parte del Parlamento italiano, mi sembra – francamente – un po’ provinciale.

5. In conclusione, io credo che il dialogo con una persona intelligente e preparata come don Contri non sia impossibile, e possa proseguire attraverso un reciproco chiarimento di importanti problemi metodologici. Sono convinto che l’accostamento ispirato alle scienze sociali (che prescinde dai giudizi di valore) e quello ispirato a una fede religiosa, nella specie cattolica (che mette, giustamente, i giudizi di valore al centro del suo operare) possano coesistere, e ho perfino la presunzione che un lavoro come il mio possa offrire materiale a chi intenda utilizzarlo in chiave apologetica (in questo confortato dalla citata recensione a suo tempo apparsa su La  Civiltà Cattolica). L’importante, come sempre, è non mescolare i pani e i pesci, e non chiedere a ciascuno dei due accostamenti di seguire il metodo dell’altro, il che creerebbe solamente confusione.

Nuovo volume della collana "Religioni e Movimenti":
Massimo Introvigne
I Testimoni di Geova: già e non ancora
Elledici, Leumann (Torino) 2002

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