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Libertà religiosa, economia e democrazia: la lezione della Mongolia, un precendente per la Cina?

di Massimo Introvigne

 



“Mongolia: la difficile transizione”

 

Uno dei maggiori problemi del XXI secolo è come trasformare la seconda potenza del capitalismo mondiale, la Cina, in un paese democratico. Tra l’altro, in una Cina democratica il costo del lavoro non potrebbe più essere così basso da rendere impossibile al resto del mondo reggere l’urto dei suoi prodotti. Uno dei problemi della transizione cinese è la mancanza di libertà religiosa. Molti pensano che la libertà religiosa sia una sorta di prodotto derivato e secondario della democrazia, mentre ne costituisce il presupposto indispensabile.

C’è un paese, dove ho compiuto un soggiorno di studio nel luglio e agosto 2005, che assomiglia alla Cina, e che è già passato dal comunismo al capitalismo, quindi dal capitalismo comunista al capitalismo democratico: la Mongolia. Mongoli e cinesi si sono combattuti per secoli, ma il dialogo millenario fra le loro culture fa anche sì che i due paesi abbiano molto in comune. Condividono anche una lunga esperienza del comunismo: la Mongolia è diventato il secondo paese comunista del mondo dopo la Russia, e la Cina il terzo. Una serie di “rivoluzioni culturali” qui ha fatto un numero di morti che alcuni stimano in settantamila, tra cui almeno ventimila monaci buddisti. La repressione della libertà religiosa forse soltanto in Albania è stata più feroce che in Mongolia.

Ben prima di Gorbaciov o delle riforme cinesi, la Mongolia hamongolia introdotto elementi di “capitalismo comunista” secondo un progetto che risale addirittura a Stalin. Dopo la caduta del comunismo sovietico anche la Mongolia ha avuto la sua “rivoluzione” nel 1991, che si è tradotta in un gigantesco programma di privatizzazioni che ha preceduto (non seguito) l’effettivo ingresso in un sistema genuinamente multipartitico. Anzi, molti dei miei interlocutori considerano il programma di privatizzazioni troppo rapido. La Mongolia è abitata per oltre un terzo da nomadi, per cui la proprietà degli animali – in teoria dello Stato – era di fatto comune a gruppi familiari allargati. La “privatizzazione” ha comportato pratiche burocratiche difficili da capire e non ha cambiato gran che. In un paesino sperduto del Gobi ho visitato l’emporio –  per gli amanti del cinema mongolo, talora di ottima qualità, lo stesso che appare nel film (noto anche in Italia) Il cammello che piange. L’emporio è stato “privatizzato” dividendolo in stanze di cui ciascun commesso è diventato proprietario: ogni stanza vende un po’ di tutto, e gli affari non vanno molto bene. Qualcuno pensa che i consulenti delle grandi fondazioni americane venuti a predicare il verbo capitalista in Mongolia avrebbero dovuto studiare meglio il paese e la sua storia.

Comunque, la Mongolia è oggi un paese fondato su un’economia di mercato, e qui è già successo quello che ci si aspetta da anni in Cina. Dopo la libertà economica, la popolazione ha chiesto la libertà religiosa e politica. Senza rivoluzioni cruente, una serie di scioperi della fame di studenti e intellettuali ha convinto il Partito comunista a concedere libertà di stampa, di religione e di fondazione di partiti. Concesse le elezioni, il Partito comunista si è dichiarato “social-democratico” e si è organizzato per vincerle. Di fronte alla scarsa esperienza dei concorrenti, ha stravinto le prime del 1992. Ha perso le seconde nel 1996, ma ha rivinto nel 2000, e nel 2004 comunisti e democratici hanno avuto esattamente lo stesso numero di seggi, dando vita per amore o per forza a una grande coalizione.

La Mongolia ha solo due milioni e mezzo di abitanti, ma quello che è successo è un esperimento che potrebbe ripetersi nell’immensa Cina. Salendo la pressione che deriva dalla libertà economica, il Partito comunista finisce per concedere libertà politica e religiosa (la seconda, come accennato, è indispensabile perché la prima non sia fasulla), senza che si spari un colpo, perché pensa che la sua superiore organizzazione gli consentirà comunque di vincere le elezioni. La lezione mongola per la Cina è che se l’Occidente vuole una democrazia dove quello comunista non resti per decenni il primo partito deve aiutare l’opposizione non solo a garantire la libertà religiosa e a dotarsi di programmi economici realistici e graduali ma anche di tecnologia elettorale. A queste condizioni, la serie di passaggi che osserviamo in Mongolia può anticipare quello che succederà nei prossimi anni in Cina.