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Sumatra, l’islam fondamentalista specula sul terremoto

di Massimo Introvigne (Libero, 2 ottobre 2009)

gianfrano fini

Come se non bastassero i disastri e il rischio di epidemie, c’è un altro terremoto nascosto su cui si concentra l’attenzione dei servizi di sicurezza indonesiani e degli Stati Uniti. Dalle province di Jambi e Bengkulu a Sumatra, le zone più colpite, fino al Pakistan e all’Europa le moschee e quella grande moschea virtuale che è Internet diffondono la predicazione dei fondamentalisti islamici, che presentano il terremoto come un castigo di Allah inflitto a governanti corrotti che non applicano la legge islamica, la sharia, e che si sono alleati con l’Occidente. Per l’ultra-fondamentalismo indonesiano si tratta di un’occasione immediata di rimonta dopo la cocente sconfitta subita nelle elezioni politiche del 9 aprile 2009 e nelle presidenziali dello scorso 8 luglio, dove con oltre il sessanta per cento dei voti è stato rieletto quel generale Yudhoyono che da sempre propugna la collaborazione con gli Stati Uniti e la linea dura contro i fondamentalisti e i terroristi. Alle politiche il Partito della Prosperità e della Giustizia (PKS), che rappresenta l’islam politico ed è legato ai Fratelli Musulmani, perseguiva l’obiettivo del venti per cento dei voti. Si è fermato al 7,88%, risultato certo rispettabile ma che mostra come i fondamentalisti siano una minoranza nel Paese. Ora giocano la carta terremoto.

La predicazione fondamentalista sul terremoto procede secondo due linee. Al tema scontato del castigo di Dio si accompagna il rancore verso l’Occidente, accusato di interessarsi dell’Indonesia a soli fini di sfruttamento economico o di turismo, ma di non avere fatto nulla per aiutare gli indonesiani a prevenire il disastro. L’accusa è evidentemente ingiusta, una forma di maligno sfruttamento del dolore altrui, ma assume nei sermoni degli imam una valenza teologica e apocalittica: la sopravvalutata scienza occidentale non può nulla contro la collera di Allah. E il discorso si rovescia facilmente nell’incitamento alla guerra santa: se Allah è con noi, non c’è difesa contro il jihad come non c’è contro il terremoto.

Certo, gli effetti sociali e politici del terremoto potranno essere valutati solo dopo qualche anno. Dopo tutto, ci sono voluti decenni perché gli storici riconoscessero in un altro disastro, quello originato dall’esplosione dell’isola-vulcano di Krakatoa il 26 agosto 1883 (con trentaseimila morti in Indonesia), l’origine – precisamente – di un’ampia predicazione sulla catastrofe come castigo di Dio, e di un malcontento nei confronti della scienza e dell’amministrazione colonialista occidentale che non avevano saputo prevenire il disastro né gestire efficacemente i soccorsi. L’episodio si situa alle radici di quello che nel secolo XX diventerà il fondamentalismo islamico indonesiano. Da questo punto di vista, aiutare le popolazioni colpite non è soltanto carità, ma è anche un gesto politico che aiuta a prevenire il diffondersi dell’ultra-fondamentalismo e del terrorismo.