Il "credere senza appartenere" e la rilevanza del pluralismo
Della più grande "religione" italiana - utilizziamo qui il termine in modo volutamente paradossale - non si troverà peraltro qui traccia, se non in questa introduzione. Da molti anni diversi sociologi hanno concluso che in tutto l'Occidente la vera religione di maggioranza relativa è quella delle persone impegnate in un "credere senza appartenere" (believing without belonging, secondo la formula proposta da Grace Davie nel suo Religion in Britain since 1945. Believing without Belonging, Blackwell, Oxford 1994). In Italia, se si crede al citato dato EVS del 1999, le persone religiose praticanti - cattoliche e non - sono il quaranta per cento. Secondo la stessa indagine, gli atei in Italia sono scesi (sempre fra 1981, 1990 e 1999) dal dieci al nove e ora al sei per cento; gli agnostici (distinti dagli atei) nel 1999 erano il cinque per cento. Si deve certo considerare che, oltre all'esistenza sociologicamente e teologicamente ambigua dei "cattolici non praticanti" (perché per il cattolico, in tesi, la pratica è obbligatoria), vi sono in Italia fedeli di religioni cui non si applica un obbligo di frequenza religiosa settimanale (per esempio, i cristiani ortodossi) o che possono avere difficoltà a ricondurre le loro pratiche al concetto di "frequenza religiosa". Anche tenendo conto di queste correzioni, rimane uno scarto notevole fra l'ottantotto per cento di italiani (dato 1999) che si dichiarano credenti e il quaranta per cento che afferma la sua pratica regolare di una qualche religione. C'è una popolazione difficile da determinare nella sua esatta proporzione, ma che dovrebbe comprendere comunque oltre il quaranta per cento degli italiani, che dichiara di "credere", ma nello stesso tempo di fatto non "appartiene" a una comunità religiosa nel senso pieno del termine (il che, per il cattolico, implicherebbe la pratica regolare). Naturalmente questa grande "religione" degli italiani non è omogenea. Al suo interno i sondaggi rivelano una gamma di posizioni diverse. Si va da coloro che credono in un potere superiore che non sanno però identificare ai "credenti a modo loro", ai "cristiani a modo loro" e anche ai "cattolici a modo loro" ("sono cattolico, ma non pratico"; "sono cattolico, ma non sono d'accordo con la Chiesa"; o anche - posizione non infrequente in Italia - "sono cattolico, ma sono contro i preti"). Questo fenomeno che la sociologa francese Danièle Hervieu-Leger chiama "disistituzionalizzazione" della religione appare come una delle caratteristiche salienti del sacro postmoderno.
Se dunque è bene da una parte tenere conto del "credere senza appartenere", senza una cui analisi nessuna descrizione del panorama religioso italiano sarebbe completa, dall'altra prendere nota della lenta ma rilevante ripresa dell'area dei cattolici praticanti, si ha ugualmente torto quando si sottovalutano le minoranze religiose presenti in Italia. Esse, infatti, non sono importanti soltanto per le loro dimensioni quantitative (minoritarie ma, come si è visto, tutt'altro che irrilevanti), ma per la loro capacità di influenzare cerchie molto più vaste di persone. Un gruppo relativamente piccolo come la ISKCON, popolarmente noto come Hare Krishna, ha distribuito milioni di copie dei suoi libri e opuscoli. Il testo sulla reincarnazione più diffuso dagli Hare Krishna (Bhaktivedanta S. Prabhupada, La reincarnazione: la scienza eterna della vita, trad. it., Edizioni Bhaktivedanta, Firenze 1983) è diventato popolarissimo in numerosi Paesi dell'Occidente, è spesso citato anche in contesti insospettati e ha certamente contribuito alla moda della reincarnazione: anche presso persone che non si sognerebbero mai di aderire al movimento degli Hare Krishna. Più in generale, di quella percentuale di italiani che "crede senza appartenere", manifesta un'aspirazione al sacro ma non partecipa regolarmente alle attività di nessuna confessione religiosa sappiamo, tutto sommato, molto poco.
In che cosa credono tutte queste persone? Una fonte per rispondere alla domanda è offerta dai sondaggi demoscopici e dalle indagini dei sociologi, certo importanti ma che non possono costituire l'unico strumento di indagine (come è noto, le risposte sono del resto influenzate dalle domande, e dal tipo di questionario). Un altro indicatore - la cui importanza non può essere trascurata - è costituito dalla letteratura popolare, dalla musica, dal cinema, dalla televisione, dove emergono spesso temi "religiosi". Tuttavia, l'indicatore principale delle credenze diffuse nel popolo di coloro che "credono senza appartenere" è costituito, precisamente, dalle minoranze religiose. Giacché - come qui si documenta - esistono centinaia di proposte religiose, da un certo punto di vista impegnate in una sorta di lotta darwiniana per la sopravvivenza (a fronte di poche che sopravvivono ve ne sono molte che non hanno successo e muoiono), studiare quali proposte hanno successo e perché ci rivelerà quali aspirazioni, quali domande, quali sentimenti profondi si agitano - al di là della più ristretta cerchia degli appartenenti alle minoranze - in quel grande Far West della religione dove abitano coloro che "credono senza appartenere". Anche per questo, lo studio delle minoranze religiose non è una semplice curiosità ma costituisce un elemento essenziale per la comprensione dello scenario religioso contemporaneo.
Se ci si chiede - all'interno dell'area del believing without belonging - in che cosa chi non "appartiene" vuole comunque "credere", la risposta deve fare riferimento non soltanto - forse non principalmente - a credenze di tipo tradizionale, ma anche a credenze nuove. Da questo punto di vista tracciare una mappa delle minoranze che oggi hanno un certo successo è importante, perché ogni "famiglia" spirituale ci segnala esigenze e credenze diffuse ben al di là dei suoi confini. Così, le Chiese e denominazioni cristiane o di origine cristiana che crescono più rapidamente sembrano essere quelle che manifestano particolare interesse per l'escatologia, le profezie apocalittiche e la fine del mondo (da alcuni gruppi pentecostali ai Testimoni di Geova). I movimenti di origine orientale più diffusi spesso (anche se non mancano eccezioni) rimandano al grande interesse che circonda le teorie della reincarnazione (condivisa da "oltre un terzo degli intervistati" in Italia nell'indagine EVS 1999: op. cit., p. 434, anche se l'affermazione sembra contraddetta da altri dati della stessa EVS e la credenza appare sulla base di indagini locali in vistoso calo negli ultimi anni, e se comunque molti di questi sono reincarnazionisti "deboli" in quanto credono, contraddittoriamente, sia nella reincarnazione sia nella resurrezione della carne). Le religioni del potenziale umano e altri gruppi nati in Occidente per innovazione - come pure il New Age - rinviano a un tema oggi molto diffuso: quello che Paul Heelas chiama "sacralizzazione del Sé", o "spiritualità del Sé" che peraltro rischia, all'inizio del ventunesimo secolo (con il passaggio dal New Age al cosiddetto Next Age) di diventare semplicemente "spiritualità del Me". Infine, una serie di movimenti e ordini di tipo esoterico o magico fanno da pendant alla crescita - o al ritorno - di diffuse credenze nella magia, del ricorso a pratiche magiche, della consultazione di "professionisti dell'occulto" (fenomeni che, in quanto non si esprimano in movimenti, rimangono estranei a questa ricerca).
Così, lo studio delle minoranze religiose aiuta non soltanto a capire quali esigenze muovono i loro aderenti ma anche quali idee religiose o spirituali circolano all'interno di un'area molto più vasta. Senza presumere di proporre previsioni precise - per cui occorrerebbe, davvero, una sfera di cristallo affidabile - gli interessi escatologici e apocalittici, il tema della reincarnazione, la "sacralizzazione del Sé" e il "ritorno della magia" sembrano essere temi emergenti nel variegato pluralismo religioso che caratterizza l'Italia del XXI secolo.