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Le Chiese metodiste

protestantesimo

All'interno del mondo anglicano il risveglio più importante del secondo protestantesimo nasce all'Università di Oxford, dove negli anni 1720 un gruppo di studenti guidato da John Wesley (1703-1791), da suo fratello Charles (1707-1788), e da George Whitefield (1714-1770), si riunisce in un circolo di fervore per studiare "metodicamente" la Bibbia e la spiritualità (da cui il nome, originariamente dispregiativo, di "metodisti"). Usciti da Oxford, i giovani "metodisti" si avviano alla carriera ecclesiastica, con esperienze ed esiti diversi. Whitefield ha enorme successo come predicatore negli ambienti popolari inglesi e in America, ma rimane nella Chiesa anglicana, che immagina di riformare dall'interno; adotta una visione calvinista della predestinazione che lo pone in contrasto con John Wesley.

Quest'ultimo, di idee arminiane in tema di predestinazione, entra in contatto con i Moravi ed è affascinato dal pietismo (come pure da alcune correnti della spiritualità cattolica del suo tempo). Nel 1738 ha una profonda esperienza spirituale che è alle origini di alcuni elementi fra i più distintivi e caratteristici del secondo protestantesimo. Wesley sperimenta la conversione (giustificazione per fede) come inizio del cammino verso una seconda esperienza cruciale, la santificazione. Da allora diffonde le sue dottrine soprattutto in ambiente popolare, organizzando i convertiti in piccoli gruppi secondo lo schema moravo, e permettendo ai laici di predicare (anche perché a causa dell'ostilità della Chiesa anglicana - in cui era rimasto - pochissimi pastori collaboravano con lui). Quando però, allo scoppio della rivoluzione americana, i metodisti delle colonie - originariamente guardati con sospetto come "inglesi" - rischiano di rimanere senza guida, Wesley si decide a ordinare pastori (pur senza essere vescovo), consacrando così la separazione dalla Chiesa d'Inghilterra. Muore nel 1791, mentre il metodismo americano comincia ad avere grande successo, prima che la denominazione da lui fondata nel 1784 sia formalmente riconosciuta dal governo inglese.

La Chiesa metodista rimane "episcopale", in quanto governata da vescovi, senza però che questi ultimi abbiano il ruolo che attribuiscono loro la Chiesa cattolica o anche quella anglicana. Come ovunque, anche nel mondo metodista sono sorti, particolarmente nell'Ottocento, numerosi scismi, spesso intorno a questioni morali o pratiche (tra cui, negli Stati Uniti, il problema della schiavitù). Il Novecento è stato però il secolo delle fusioni, che hanno portato nel 1932 alla nascita della Methodist Church in Inghilterra e nel 1968 della United Methodist Church negli Stati Uniti (otto milioni e mezzo di membri). In alcuni paesi si è andati ancora più in là, e i metodisti sono confluiti in "Chiese unite" fondendosi con denominazioni riformate del primo protestantesimo. Un tentativo di fusione fra la Methodist Church e la Chiesa anglicana inglese è invece fallito nel 1972.

Peraltro non tutti i quasi cinquanta milioni di metodisti presenti nel mondo fanno parte delle denominazioni maggiori, né del Consiglio metodista mondiale fondato nel 1881. Autonome rimangono una serie di denominazioni americane non episcopali (che rifiutano, cioè, la presenza dei vescovi nella Chiesa, residuo dell'origine anglicana) e soprattutto le denominazioni afro-americane che hanno condotto un'esistenza separata fin dalla fine del Settecento. Queste comunità afro-americane conservano di solito il sistema episcopale. Le denominazioni maggiori sono la African Methodist Episcopal Church, con sede a Nashville (Tennessee), che conta oltre due milioni di membri; la African Methodist Episcopal Zion Church, con sede a Charlotte (North Carolina), con oltre un milione di membri; e la Christian Methodist Episcopal Church con sede a Memphis (Tennessee), che ha circa ottocentomila membri.

B.: In generale: Sergio Carile, Il metodismo. Sommario storico, Claudiana, Torino 1984. Sulle origini e la fondazione: Henry D. Rack, Reasonable Enthusiast. John Wesley and the Rise of Methodism, Epworth Press, Londra 19922; Frank Lambert, "Pedlar in Divinity". George Whitefield and the Transatlantic Revivals, 1737-1770, Princeton University Press, Princeton (New Jersey) 1994.

La Chiesa Evangelica Metodista d'Italia

Chiesa Evangelica Metodista d'Italia
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00184 Roma
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Fax: 06-47881267

In Italia i metodisti sono presenti dal secolo scorso con missioni separate inglesi ("wesleyane") e americane ("episcopali"). Dopo contatti con il mondo valdese di missionari metodisti attivi nel Sud della Francia già negli anni 1830, nel 1859 arriva in Italia il primo missionario wesleyano, William Arthur (1819-1901). Vi resta solo qualche mese, ma - nel clima risorgimentale - comunica a Londra che le prospettive invitano all'ottimismo. nel 1861 si stabilisce a Firenze, sulla scia di Arthur, il missionario Richard Green (1829-1907). Egli dà inizio alla pratica metodista di cercare contatti in Italia con le Chiese cristiane libere (che daranno vita più tardi alle Assemblee dei Fratelli) e con la Chiesa cristiana libera dell'ex-barnabita Alessandro Gavazzi (1809-1889), una denominazione di vita effimera e di intonazione garibaldina e anticlericale.

Fin da Green, la missione metodista oscilla dunque fra la creazione di un vero e proprio metodismo italiano e il semplice appoggio esterno ai tentativi di creare - in un dialogo che coinvolge anche i valdesi - una Chiesa evangelica nazionale italiana, non necessariamente ispirata alle idee wesleyane. Nello stesso 1861 - dopo avere scelto l'Italia come campo di missione, come afferma solennemente "per tutta la vita" - si stabilisce a Milano, per collaborare con Green, Henry J. Piggott (1831-1917). Sotto la sua guida , e con la collaborazione di Thomas W. S. Jones (1831-1916) - chiamato a sostituire Green che aveva avuto problemi di salute -, la missione italiana si distingue per l'apertura di scuole e per le attività caritative. Non mancano le diffidenze nel mondo delle Chiese libere, che guarda con sospetto sia alle origini anglicane del metodismo, sia ai tentativi stranieri di "colonizzare" l'Italia evangelica: nel 1863 un opuscolo pubblicato anonimo a Torino, ma voluto dai dirigenti delle Chiese cristiane libere - Principii della Chiesa Romana, della Chiesa Protestante e della Chiesa Cristiana - ammoniva senza mezzi termini gli italiani, "usciti dal metodismo de' preti di Roma, di non cadere nel metodismo de' preti metodisti o wesleyani, perché una setta vale l'altra" (ibid., p. 36).

Nonostante queste opposizioni, Piggott e Jones reclutano diversi evangelisti italiani, fra cui l'ex sacerdote e religioso francescano Francesco Sciarelli (1837-1899), che proveniva dagli ambienti gavazziani. Nel 1870 si arriva così alla fondazione della Chiesa Evangelica Metodista in Italia, divisa in due distretti affidati rispettivamente a Piggott e a Jones (quest'ultimo era anche sovrintendente generale). Formalmente, nasce in Italia una Chiesa che si denomina "metodista" (anche se, significativamente, non "wesleyana"): anche se dal punto di vista teologico la formazione di molti metodisti italiani (fra cui il più brillante intellettuale del movimento, l'ex sacerdote cattolico e filosofo Pietro Taglialatela, 1829-1913) negli ambienti risorgimentali delle Chiese libere crea una oggettiva diversità rispetto al metodismo inglese.

La notizia della presa di Roma suscita entusiasmo anche tra i metodisti americani, dove da anni Charles Elliott (1782-1869) aveva proposto una missione in Italia. Nel 1871 la Conferenza del Missouri-Arkansas invia in Italia Leroy Monroe Vernon (1838-1896). Questi si stabilisce a Bologna, incontra Piggott e preconizza una collaborazione resa però difficile dalla realtà dello scenario metodista internazionale. Dopo essersi stabilito a Bologna e avere trovato seguaci sia negli ambienti delle Chiese libere, sia in una parte del mondo valdese, nel 1874 Vernon fonda a Bologna la Chiesa Metodista Episcopale d'Italia, che nel 1875 può inaugurare un tempio a Roma. La letteratura pubblicata, in modo non dissimile da quella wesleyana, privilegia la polemica anticattolica sulle specificità propriamente metodiste. Questo carattere non abbastanza metodista della missione italiana suscita perplessità e polemiche negli Stati Uniti, e nel 1888 Vernon è costretto a dimettersi.

Il successore William Burt (1852-1936) propone agli italiani un modello, tutto americano, di "civiltà cristiana", fondato sull'idea di progresso e contrapposto ancora una volta all'"oscurantismo" cattolico. I pilastri del modello di Burt sono la religione protestante e la massoneria, di cui fa parte e con cui concepisce un ambizioso progetto di alleanza. Su questa strada - in cui sono coinvolti anche i metodisti wesleyani - Burt incontra quanto rimane della Chiesa cristiana libera, che nel 1890 - diretta dal dignitario massonico (ed ex metodista wesleyano) Saverio Fera (1850-1915) - prende il nome di Chiesa Evangelica Italiana e aspira a presentarsi come Chiesa nazionale italiana filo-governativa e anti-cattolica. La Chiesa di Fera non ha però dimensioni pari alle ambizioni, e soffre di una cronica mancanza di fondi. Comincia così un processo che vede il passaggio di comunità della Chiesa Libera alle due Chiese metodiste.

Né Piggott - emeritato nel 1902, e cui succede William Burgess (1845-1930) -, né Burt, promosso vescovo dell'area di Buffalo nel 1904, vedono la conclusione del processo che avevano avviato: tra il 1903 e il 1905 la Chiesa Evangelica Italiana cessa di esistere e le sue comunità sono ripartite fra le due Chiese metodiste italiane. Questi apporti favoriscono la crescita del mondo metodista, che nel 1908 - l'anno in cui acquisisce l'ex sacerdote modernista di Macerata Giovanni Sforzini (1868-1925), già fondatore e direttore della Rivista delle riviste del clero, che passa ai metodisti episcopali - è però in qualche modo coinvolto nello scisma massonico di Saverio Fera, che separa dal Grande Oriente d'Italia una corrente liberal-conservatrice e antisocialista che sarà detta di Piazza del Gesù. Questa vicenda mette in crisi il modello di Burt dell'alleanza fra metodismo e massoneria, rivelandone anche limiti e rischi.

Nello stesso tempo, il metodismo italiano comincia a imporsi all'attenzione internazionale con un'iniziativa caritativa avviata a Napoli a favore degli orfani abbandonati sulle strade: "Casa Materna", fondata nel 1905 dal pastore Riccardo Santi (1871-1961), tuttora esistente e destinata a conquistarsi notevole fama anche all'estero. La crisi è però nell'aria, e si manifesta dopo la Prima guerra mondiale e l'avvento del fascismo con il 1929, l'anno del Concordato mussoliniano con la Chiesa cattolica e del crollo di Wall Street, che determina nel 1932 il taglio totale dei finanziamenti statunitensi alla missione metodista episcopale italiana e coinvolge nella crisi economica mondiale anche l'Inghilterra, sostegno della missione wesleyana. L'ostilità del fascismo a Chiese di origine anglo-americana assume una forma drastica con la guerra, quando i beni prima della Chiesa inglese e poi di quella americana sono dichiarati "proprietà nemiche" e sequestrati.

In circostanze drammatiche, il metodismo italiano sopravvive; e all'indomani della guerra nel 1946 metodisti episcopali e wesleyani confluiscono in un'unica Chiesa Metodista d'Italia (che fa capo alla Conferenza inglese e ne è sostenuta). Sarà riconosciuta giuridicamente con D.P.R. del 20 marzo 1961. I metodisti operano particolarmente per l'unione delle Chiese protestanti italiane, e sono fra i più attivi nella creazione della FCEI. Contemporaneamente, studiano un processo di integrazione con i valdesi, che non può essere una fusione che si presenterebbe come un semplice assorbimento della realtà più piccola (metodista, con qualche migliaio di membri) nella più grande. Il progetto di integrazione, redatto in forma definitiva nel 1974, è approvato da valdesi e metodisti nel 1975 e diventa operativo nel 1979.

I metodisti conservano la loro identità e i loro collegamenti internazionali, ma partecipano con i valdesi a un unico Sinodo, che esprime un unico organo amministrativo. Quest'ultimo, pure conservando il nome di Tavola Valdese, include due membri metodisti (un laico e un pastore). Nasce così una Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste: la Chiesa e le opere metodiste conservano infatti la loro identità nell'ambito dell'ordinamento valdese. Sul piano formale la Chiesa Metodista d'Italia è diventata l'Opera per le Chiese Evangeliche Metodiste in Italia (O.P.C.E.M.I.), secondo il D.P.R. del 17 maggio 1979. L'Intesa stipulata fra Stato italiano e Tavola Valdese include pienamente anche i metodisti. L'identità metodista, così, non è stata annullata dall'incontro con i valdesi: permane nella sua specificità e deve fare fronte a nuove sfide, come l'accoglienza e l'integrazione di comunità di immigrati metodisti di lingua e cultura non italiana (cinesi, africani, coreani, filippini).

In particolare, le Chiese metodiste contano nella Corea del Sud oltre un milione e trecentomila fedeli. Con il crescere della presenza coreana a Roma, il 28 aprile 1996 è inaugurata con il primo culto una Chiesa metodista di lingua coreana, guidata dal pastore Kiseok Hong, alla presenza di una quarantina di fedeli. Lo statuto prevede la possibilità di accogliere credenti (in genere coreani) di altre Chiese cristiane presenti a Roma; dispone che il pastore (uomo o donna) sia designato dall'Unione delle Chiese Metodiste Coreane, previa consultazione della Chiesa di Roma; e che un'apposita convenzione della Chiesa Metodista Coreana di Roma regoli la partecipazione di quest'ultima all'Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste, senza rinnegare il legame originario con l'Unione delle Chiese Metodiste Coreane.

B.: Fonti storiche essenziali sono: Franco Chiarini (a cura di), Il metodismo italiano (1861-1991), Claudiana, Torino 1997; Idem, Storia delle Chiese Metodiste in Italia 1859-1915, Claudiana, Torino 1999. Sullo scenario ottocentesco cfr. pure: Giovanni Iurato, Pietro Taglialatela. Dalla filosofia del Gioberti all'evangelismo antipapale, Claudiana, Torino 1972; Giorgio Spini, L'Evangelo e il berretto frigio. Storia della Chiesa Cristiana Libera in Italia 1870-1904, Claudiana, Torino 1971. Su Casa Materna, cfr. Cyril Davey, Aggiungi due posti a tavola!, trad. it., Claudiana, Torino 1980.

Le Società Cristiane Evangeliche in Italia

Società Cristiane Evangeliche in Italia
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34133 Trieste
Tel.: 040-767075
Fax: 040-767440
E-mail: info@artecultura.it; hammerle@tin.it

Claudio H. Martelli, già pastore delle Chiese metodiste di Trieste, Udine e Gorizia, presidente dal 1988 al 1995 dell'Opera per le Chiese Evangeliche Metodiste in Italia, nonché vicepresidente della FCEI dal 1994 al 1996 e membro del Comitato Esecutivo del Consiglio Mondiale Metodista dal 1991 al 1996, si pone fuori ruolo nello stesso anno 1996 e decide di seguire come teologo indipendente le Società Cristiane Evangeliche di Trieste e Gorizia, la cui separazione dalla Chiesa metodista avviene per questioni di metodo e di gestione, non di dottrina. Il 28 novembre 1997, con una nota sul giornale Riforma, il gruppo è diffidato dall'utilizzare nel suo nome l'aggettivo "metodista", per evitare confusioni con la Chiesa Evangelica Metodista. Le Società si considerano parte del popolo metodista, ma non si definiscono "una Chiesa", preferendo parlare di comunità libere e non strutturate, ispirate alle comunità cristiane dei tempi apostolici. La dottrina è, in effetti, di tipo metodista, come risulta dalla "Confessione di Fede" pubblicata sul primo numero (dicembre 1977) de Il Risveglio. Periodico di cultura biblica e di formazione spirituale.

B.: Le Società Cristiane Evangeliche in Italia pubblicano il periodico di cultura biblica e formazione spirituale Il Risveglio, edito da Hammerle, organo d’informazione e coordinamento delle medesime.