CESNUR - center for studies on new religions

Il mercato dei martiri
di Lawrence R. Iannaccone e Massimo Introvigne

di Leonardo Merlini (Virgilio News, 24 settembre 2004)

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Dietro alle azioni tragiche dei terroristi suicidi si muovono delle vere e proprie aziende del terrore. Organizzazioni che si servono delle più avanzate strategie d'impresa per reclutare aspiranti kamikaze in quei settori della società dove è più forte il desiderio di esperienze religiose alternative ai culti tradizionali.

Proseguendo le loro ricerche nel ramo dell'economia religiosa, una scienza che applica strumenti di interpretazione economica ai fenomeni legati ai vari culti, Lawrence Iannaccone e Massimo Introvigne sono giunti a queste conclusioni, presentate nel libro Il mercato dei martiri, edito da Lindau.

I due studiosi - Iannacone è docente di economia negli Stati Uniti, Introvigne è presidente del Centro studi sulle nuove religioni - ricostruiscono i passaggi che portano delle persone normali a scegliere la via del terrorismo suicida. Un fenomeno che, seppur limitato, continua a prosperare in un "mercato religioso" nel quale l'offerta estremista è ancora in grado di raccogliere proseliti.

Per sconfiggere il terrorismo suicida, sostengono gli autori, è più utile favorire le frange conservatrici che hanno preso le distanze dal terrorismo piuttosto che appoggiare a spada tratta le organizzazioni laiche, incapaci di fornire una risposta alla domanda di religione.


Del terrorismo suicida si sono finora occupati soprattutto gli esperti di terrorismo in generale, e qualche volta gli storici dell'islam. Gli accostamenti specificamente sociologici sono più rari, benché entrambi gli autori di questo volume abbiamo già presentato qualche primo risultato di ricerca. Questo studio si pone dal punto di vista della teoria dell'economia religiosa, che ha le sue origini nell'opera di Rodney Stark e cui gli autori hanno dato a loro volta diversi contributi. La teoria cammina, per così dire, su tre gambe: si potrebbe parlare anche di un veicolo a tre ruote, se l'immagine del triciclo non fosse stata almeno in Italia confiscata dalla politica, come del resto è avvenuto per molte altre immagini.
La prima ruota è la rivendicazione del ruolo della religione nella spiegazione dei comportamenti che si presentano prima facie come religiosi. Non si tratta di una semplice tautologia. Siamo ancora tutti un po' influenzati dal marxismo (qualunque siano le nostre opinioni politiche), nel senso che quando qualcuno compie gesti fuori del comune - o anche estremi, come il terrorismo suicida - e afferma che le sue motivazioni sono religiose, siamo subito spinti a chiederci "che cosa c'è sotto", o quale "struttura" economica o politica sia mascherata dalla "sovrastruttura" religiosa.

La teoria afferma invece che - certo insieme ad altre concause - nell'interpretazione dei comportamenti che si presentano come religiosi le cause religiose sono di primaria importanza. Non vi è nessuna ragione di considerare le affermazioni di chi compie questi atti e li presenta come motivati dalla religione semplicemente come un cumulo di menzogne o come espressione di una qualche "falsa coscienza".
La seconda ruota su cui la teoria si muove - esposta al pubblico di lingua italiana, insieme alla prima, nel volume di Rodney Stark e Massimo Introvigne Dio è tornato (2003) - consiste nella tesi secondo cui i processi di modernizzazione non sono affatto incompatibili con una continua e vigorosa presenza sia di credenze, sia di pratiche religiose. Il caso degli Stati Uniti - un paese dove fin dal XIX secolo un processo di modernizzazione rapidissimo si accompagna a una presenza quantitativa della religione assai più rilevante di quella europea - ha da sempre messo in crisi le teorie classiche della secolarizzazione. A queste la teoria dell'economia religiosa propone di sostituire un "nuovo paradigma" fondato sull'uso della metafora del mercato. La vita delle istituzioni religiose è analizzata, con gli strumenti che derivano dalla teoria economica, come un mercato di beni simbolici in cui competono diverse aziende religiose, la cui offerta incontra una domanda religiosa a sua volta distribuita in diverse nicchie di consumatori religiosi. Naturalmente, la metafora ha i suoi limiti, e del resto la sociologia non si occupa che del "lato umano della religione" (Stark e Finke 2000), lasciando volentieri il lato più che umano ai teologi.
La teoria postula che - anche nel lungo periodo - la domanda religiosa tende a rimanere costante, e che per spiegare le variazioni delle statistiche religiose occorre dunque porsi dal lato dell'offerta.
Ci sono infatti notevoli variazioni nella pratica religiosa tra un paese e l'altro, cui non si accompagnano peraltro variazioni altrettanto importanti nel numero di coloro che si dichiarano religiosi o credenti, a conferma che non è la domanda a mutare. Negli Stati Uniti il numero di coloro che frequentano regolarmente i luoghi di culto (circa il 40%) è il doppio di quello dell'Unione Europea; in Italia la stessa cifra è tre volte superiore a quella della Francia (Davie 2002); e così via. Se queste discrepanze non derivano dalla domanda, devono derivare dall'offerta, e dalle modalità con cui l'offerta incontra la domanda: un contesto in cui è fondamentale il ruolo degli Stati e dei loro atteggiamenti e normative sulla religione.

Senza trascurare altri elementi relativi, per esempio, alla qualità dell'offerta religiosa nei vari paesi, la teoria sostiene che - come per ogni altro mercato di beni materiali o simbolici, e contrariamente a quanto pensano alcuni teorici della secolarizzazione - anche per la religione (istituzionale) la concorrenza fa bene al mercato e, entro certi limiti, l'offerta alimenta la domanda. I paesi con un più ampio pluralismo religioso - cioè con la maggiore concorrenza fra imprese religiose - come gli Stati Uniti, o quelli dove l'ingresso di nuove imprese particolarmente attive crea un improvviso aumento della concorrenza (come l'America Latina dopo la cosiddetta esplosione protestante, che ha stimolato una vigorosa risposta cattolica), sono anche i paesi dove il numero totale di praticanti religiosi si mantiene stabile o cresce. Dove invece lo Stato ostacola il pluralismo religioso, opponendosi in particolare all'ingresso sul mercato di nuove imprese, bollate come "sette" o come nemiche dell'identità nazionale, lì - come avviene in Francia e in Russia - il numero di praticanti religiosi in genere decresce in modo spettacolare.
Si deve anche precisare che non si tratta solo di concorrenza tra religioni. Almeno due religioni - il cattolicesimo e l'islam - sono così grandi (ciascuna conta più di un miliardo di fedeli) da avere sviluppato anche quel fenomeno che gli economisti chiamano concorrenza intrabrand. La possibilità di scegliere fra innumerevoli varianti del cattolicesimo in Italia (secondo processi di differenziazione che i sociologi della religione italiani hanno notato da decenni) o dell'islam in Indonesia o in Egitto crea una concorrenza che, mutatis mutandis, ha gli stessi effetti positivi della concorrenza interbrand fra religioni diverse, e spiega la buona tenuta della religione istituzionale in questi paesi.
La terza ruota che spinge avanti la teoria dell'economia religiosa - presentata al pubblico italiano da uno degli autori, Massimo Introvigne, in Fondamentalismi (2004) - è la tesi secondo cui nel mercato religioso moderno non tutte le religioni hanno la stessa probabilità di avere successo. La domanda religiosa si distribuisce in nicchie che radunano gruppi di consumatori secondo le caratteristiche sociali e demografiche, ma anche secondo i gusti e le preferenze.
Queste nicchie possono essere distinte secondo il loro grado di strictness (un concetto, a sua volta, particolarmente sviluppato da Iannaccone), cioè di tensione rispetto ai valori e agli stili di vita (in genere meno rigorosi di quelli proposti dalle religioni sul piano morale e dell'impegno) prevalenti nella società circostante. Semplificando schemi più complessi, Fondamentalismi distingue cinque nicchie, dalla più alla meno strict: ultra-fondamentalista, fondamentalista, conservatrice, progressista e ultra-progressista.
Una delle scoperte cruciali della teoria dell'economia religiosa è che queste nicchie - che, come la domanda, tendono a rimanere relativamente costanti nel tempo - non sono di uguale dimensione. Le nicchie progressista e ultra-progressista sono piuttosto piccole, perché patiscono la concorrenza di chi propone gli stessi valori e stili di vita in una prospettiva non religiosa. Le nicchie ultra-fondamentalista e fondamentalista in circostanze normali sono più grandi di quelle ultra-progressista e progressista, ma più piccole della nicchia centrale conservatrice, in cui si situa la maggioranza dei consumatori religiosi. Inoltre, mentre i consumatori si spostano raramente da una nicchia all'altra, le organizzazioni religiose lo fanno: lentamente, ma quotidianamente. Molte organizzazioni nate come ultra-fondamentaliste convergono verso il centro, e diventano nel giro di qualche generazione semplicemente conservatrici (alla prossima generazione potranno anche diventare progressiste: in tal caso, cominceranno a perdere membri).
Che le organizzazioni (relativamente) più strict, che chiedono maggiori impegni e sacrifici, prosperino più di quelle meno "costose" per i consumatori religiosi può sembrare sorprendente, ma è spiegato dalla teoria dell'economia religiosa con riferimento al concetto di free rider. Il free rider è chi "viaggia a sbafo": sale sull'autobus ma non paga il biglietto, vuole ottenere i benefici di un'impresa collettiva ma non vuole pagarne i costi. Un'organizzazione può tollerare alcuni free rider, ma non troppi. Nel campo delle religioni, le organizzazioni meno strict e rigorose, che impongono bassi costi di entrata e controllano in modo blando se i membri abbiano pagato il biglietto, cioè se si impegnino sufficientemente, imbarcano un numero così elevato di free rider da offrire ai loro fedeli un'esperienza religiosa annacquata e poco soddisfacente, oltre a incontrare i problemi - spesso fatali - che tormentano tutte le imprese che hanno un tasso di free rider troppo alto.
Le organizzazioni più rigorose fanno pagare un biglietto più costoso, e controllano che tutti lo paghino: dunque lasciano entrare meno free rider, e i beni simbolici prodotti da un gruppo dove i free rider non abbondano si presentano in genere come più soddisfacenti per i consumatori.
Naturalmente, il biglietto non deve essere troppo caro. La nicchia ultra-fondamentalista è relativamente piccola, perché le persone disposte a pagare prezzi altissimi per un'esperienza religiosa molto intensa sono poche. Ma il fatto che siano poche non vuol dire che non esistano. Lo studio dell'estremismo religioso, e anche di una sua frangia estrema come quella del terrorismo suicida, esamina precisamente la presenza di una piccola nicchia di domanda di esperienze religiose estreme, e studia come questa domanda incontri una specifica offerta di estremismo che, nel caso che ci occupa, si configura come proposta di entrare a far parte di un'organizzazione terroristica. È necessario, pertanto, distinguere rigorosamente due diversi aspetti del problema. Da una parte, occorre spiegare che cosa spinge i singoli terroristi suicidi ad arruolarsi nelle fila delle organizzazioni ultra-fondamentaliste. Dall'altra, ci si deve chiedere come funzionano le organizzazioni, e perché in certi contesti - ma non in altri - decidono di ricorrere al terrorismo suicida. Confondere gli scopi dei singoli e gli scopi delle organizzazioni è frequente, ma sbagliato: significa confondere il piano della domanda con quello dell'offerta di estremismo religioso. Molte teorie si concentrano solo sull'uno o sull'altro aspetto, mentre si tratta piuttosto di considerarli entrambi.
Scopo di questo studio è appunto quello di considerare il fenomeno dell'estremismo - e in particolare del terrorismo - religioso sia dal punto di vista della domanda, sia da quello dell'offerta. Nel primo capitolo ci occupiamo della domanda di estremismo: dunque dei singoli, partendo dal corpus di ricerche esistenti sull'estremismo religioso per interpretare il caso eccezionale dell'estremismo violento e suicida. Il secondo capitolo riguarda invece le organizzazioni estremiste.
A questo si riferisce il nostro titolo a proposito del "mercato dei martiri": un modello economico che ci aiuta a capire perché, quando e dove l'estremismo diventa violento, come si mantiene in vita, perché è difficile sconfiggerlo, e anche perché si manifesta relativamente di rado. Come vedremo, questo mercato funziona secondo princìpi economici noti. Ma non assomiglia ai modelli economici più comuni del crimine, del suicidio o della guerra. Ci saranno invece più utili modelli economici relativi specificamente alla religione. Nel terzo capitolo - senza pensare assolutamente che i sociologi delle religioni siano in possesso di soluzioni "magiche" per problemi estremamente complessi - discutiamo alcune implicazioni delle nostre conclusioni per le strategie della lotta contro il terrorismo.

[dal libro: Il mercato dei martiri
di Lawrence Iannaccone e Massimo Introvigne
Editore: Lindau
pp. 160 - prezzo: 14 €]

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