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Quel Far west indiano che resiste anche allo tsunami

di Massimo Introvigne (il Giornale, 13 gennaio 2005)

andamani

Per i geologi l’alta marea che colpisce le isole Andamane e Nicobare - amministrate dall’India, ma più vicine alla Birmania e alla Tailandia - è un’ultima raffica dello tsunami, che ha messo in moto processi di cui ora i 360.000 abitanti dei due arcipelaghi, che contano oltre cinquecento isole, patiscono le conseguenze. Per la politica è l’occasione di dare un’occhiata al Far West dell’India, i cui problemi ricordano molto da vicino la storia di altre Frontiere.

Gli etnologi, in questi giorni, si preoccupano della sorte delle popolazioni indigene, soprattutto di quelle delle Andamane che sono di origine africana e costituiscono una sopravvivenza di usi, costumi e lingue che risalgono all’era paleolitica e altrove nel mondo sono irrimediabilmente persi. Sembra però che i 270 Jarawa, i cento Onge, i duecento Sentinelesi e i cinquanta Grandi Andamanesi - quanto sopravvive di popoli che abitano le Andamane da sessantamila anni - si siano salvati, per la gioia degli etnologi. Hanno capito che cosa stava succedendo prima di tutti osservando il comportamento degli uccelli e di altri animali, e negli stessi Stati Uniti si parla ora di studiare i loro “primitivi” sistemi di previsione delle onde anomale e delle alte maree. Ma la cosa è difficile perché gli indigeni, che non vogliono contatti con la civiltà, hanno tirato sugli elicotteri che portavano soccorsi con arco e frecce, impedendo l’atterraggio.

Questi “selvaggi” hanno qualche ragione di diffidare. Se si sono ridotti a poche centinaia di persone, è perché sono stati sterminati prima dagli inglesi - alla cui occupazione delle isole hanno cercato di resistere - poi dai coloni. Per l’Inghilterra le isole erano una colonia penale dove deportare indipendentisti e teste calde: molti, alla fine della pena, hanno scoperto che il terreno è favorevole all’agricoltura e hanno deciso di rimanere (una storia simile a quella dell’Australia), cominciando a impadronirsi della terra a spese degli aborigeni. Dopo l’indipendenza l’India ha avviato un programma sistematico di colonizzazione, rivolto anzitutto agli indù fuggiti dal Pakistan musulmano ma via via esteso ad altre popolazioni. Come nel vecchio West i coloni avanzano, gli “indiani” (è proprio il caso di dirlo) arretrano, e quando archi e frecce si scontrano con i fucili l’esito è scontato. Solo recentemente il governo indiano ha scoperto il costo in termini politici e di immagine della colonizzazione e ha cercato di proteggere gli aborigeni inviando giudici e truppe.

Il problema che si ripropone è antico e complesso. Una certa etnologia militante vorrebbe preservare per i suoi studi, e per una certa avversione romantica al progresso occidentale, popoli che vivono come diecimila anni fa. Ha certamente ragione a condannare chi vuole imporre il progresso a fucilate. Ma ha torto quando preferisce per principio che i “primitivi” rimangano tali. Nelle Nicobare, dove le popolazioni aborigene sono di origine mongola e non africana, oltre a 380 Shompen che vivono in modo simile agli Andamanesi, ci sono trentamila Nicobaresi, che sono sopravvissuti accettando l’inevitabilità del progresso. Sono al 98% alfabetizzati, sedentari (non più nomadi), e anche al 98% cristiani. C’è anche una minoranza islamica militante, con ricchi finanziamenti dall’estero: ma per ora non supera il 2%. Quella dei Nicobaresi è la storia di un successo: può non piacere agli etnologi, ma indica un futuro a popolazioni ora colpite anche dall’alta marea.