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Quei separatisti in guerra per un Kurdistan marxista

di Massimo Introvigne (il Giornale, 24 ottobre 2007)

«Giù le mani dal valoroso Partito dei lavoratori del Kurdistan», cioè dal Pkk. Sembra il titolo di una vignetta di Forattini, ma è la realtà di una mobilitazione che mette insieme Rifondazione comunista, Comunisti italiani e personaggi come Gianni Minà, quando riesce a prendersi una pausa dall’apologia a tempo pieno di Fidel Castro. Tutti ufficialmente impegnati nella rete di solidarietà con il partito fondato dal sanguinario Abdullah Ocalan.
Capita al Pkk quello che è successo al governo militare birmano: tutti si dimenticano che si tratta di comunisti. Esistono diverse organizzazioni autonomiste curde: quello che distingue il Pkk dalle altre è la sua ideologia comunista. Fondato con la benedizione e il denaro dell’Unione Sovietica, il Pkk esordisce assassinando 354 personalità politiche e militari turche nel biennio 1978-1979, prima di iniziare nel 1980 una guerriglia che ha fatto almeno 35.000 morti fra i civili della Turchia orientale e 5.000 fra i militari inviati da Ankara per reprimere la rivolta, con una lunga scia di sangue, torture ed esecuzioni quotidiane dei «nemici del popolo».
Sul Pkk la sinistra italiana dovrebbe tacere dopo l’imbarazzante soggiorno di Ocalan in Italia, dove era misteriosamente arrivato nel 1998 su un aereo proveniente da Mosca accompagnato dal deputato di Rifondazione Ramon Mantovani. Dopo ulteriori peregrinazioni, Ocalan sarà arrestato a Nairobi nel 1999, portato in Turchia e condannato all’ergastolo, ma quella storia avvelena ancora i rapporti italo-turchi.
Certo, nel 2002 ufficialmente il Pkk ha cambiato nome in Kadek (Congresso per la libertà e la democrazia del Kurdistan). Ma il Kadek ha lo stesso gruppo dirigente del Pkk, e dunque il cambio di nome è solo cosmetico, o meglio serve a inserire accanto ai sacri testi marxisti un riferimento all’islam. Si cerca così un’alleanza fra comunisti e ultrafondamentalisti islamici, una carta giocata anche altrove.
Il Pkk, o Kadek, è un partito comunista, i cui fondatori e dirigenti sono marxisti a suo tempo addestrati, indottrinati e finanziati dalla vecchia Unione Sovietica. La piccola zona delle montagne turche ai confini con l’Irak che il Pkk controlla con il ferro e con il fuoco è un micro-Stato marxista all’interno della Turchia. La solidarietà etnica curda ha assicurato al Pkk qualche sostegno fra i curdi dell’Irak, che però non sono comunisti, e tra cui cominciano a levarsi voci dubbiose.
Il presidente della regione autonoma irachena del Kurdistan, Barzani - che fra l’altro condivide con il premier turco Erdogan l’appartenenza alla stessa confraternita sufi - è notoriamente perplesso sul sostegno al Pkk, che considera più comunista e antiamericano che «curdo». In effetti solo i nemici del governo democratico iracheno, degli Stati Uniti e dell’Occidente hanno interesse a sostenere i comunisti del Pkk e a provocare scontri fra Irak e Turchia. Non sorprende ritrovare in questo fronte la sinistra radicale italiana.