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CESNUR - center for studies on new religions

Aspetti spirituali dei revival celtici e tradizionali in Lombardia

Introduzione

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Lo scopo di questa ricerca consiste nell’esaminare la presenza di elementi da una parte celtici e neo-celtici, dall’altra più ampiamente ispirati a spiritualità tradizionali precristiane nel panorama spirituale della Lombardia odierna, ricercando anche se vi siano componenti spirituali nel revival celtico così come si esprime nelle associazioni culturali, nel folklore e nei festival. Il CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni) è un centro indipendente da ogni religione o Chiesa che si interessa delle presenze religiose e spirituali minoritarie. L’ambito della nostra ricerca esclude volutamente tutto quanto, nel pure interessante revival celtico, e in altri revival interessati al mondo delle tradizioni precristiane in Lombardia che si manifestano in eventi, sagre, musica, danza, folklore, riviste, non ha né vuole avere una componente spirituale o lato sensu "religiosa". Il nostro obiettivo è quello di individuare, piuttosto, la presenza e la vitalità di componenti celtiche e precristiane nel macro-scenario del pluralismo religioso lombardo.

Giova qui accennare, seppur brevemente, al carattere socialmente costruito dell’espressione "celtismo". Talora negli ambienti interessati si incontra una sorta di ingenua fiducia nella "scienza storica", che dovrebbe essere in grado di offrire (se pure non l’abbia già offerta) la "vera" definizione del "celtismo": una definizione dove "noi" saremo inclusi e "loro", gli "altri", esclusi. Naturalmente, un simile accostamento positivistico alle scienze umane non è compatibile con la prospettiva meta-teorica che ispira invece la comunità scientifica contemporanea, dal canto suo ben consapevole del carattere socialmente costruito, orientato a risultati cognitivi e continuamente negoziato delle figure teoretiche che propone, le quali rappresentano, riducono a unità e cercano di spiegare una realtà ben altrimenti complessa, di cui - in una prospettiva, appunto, result-oriented - scelgono alcuni elementi, escludendone altri. Le figure del celtismo proposte dai diversi storici non sono quindi le une più "vere" delle altre: sono strumenti di lavoro orientati a specifici risultati, il cui successo dipende sia dal contenuto informativo, sia dal potenziale allusivo, la cui importanza nel determinare l’accoglimento delle figure teoretiche è stata sottolineata dagli studi meta-teorici più recenti. Proprio a questo potenziale allusivo si ispirano quanti - al di fuori dell’ambito degli storici - utilizzano l’una o l’altra figura del celtismo per costruire culture o spiritualità che gli osservatori esterni chiamano talvolta "neo-celtiche". In tutto questo, beninteso, non c’è nulla di sconveniente, a patto di essere consapevoli dello status teoretico delle figure prodotte dagli storici e di non volerle utilizzare per ottenere risultati cui non sono per loro natura orientate. In particolare, i tentativi di gruppi descritti nel primo capitolo di escludere dall’area del "celtismo" quelli cui si fa cenno nel secondo capitolo (con accuse di dilettantismo e di superficialità) - e i paralleli tentativi dei "culturali" e dei "folklorici" di escludere i "religiosi" con affermazioni come "il celtismo non è una religione" o "la spiritualità nordica non fa parte del celtismo", "il neo-celtismo organizzato non esiste, piuttosto esistono delle associazioni culturali e storiche che si occupano di celtismo" - costituiscono di per se stessi un interessante oggetto di studio, ma si scontrerebbero, ove li si volesse esaminare "nel merito", con problemi metodologici insormontabili. Dopo tutto, nozioni come "religione" e "spiritualità" non sono meno socialmente costruite e politicamente negoziate di "celtismo", e nessuna loro definizione che si pretenda "vera" (o che voglia essere più di uno strumento di lavoro provvisorio, esplicitamente orientato a certi risultati) è riuscita negli ultimi decenni a imporsi sulle molte altre possibili.

È anche vero che le figure - se, quanto al successo che incontrano, molto devono al loro potenziale allusivo - sono anche suscettibili di valutazione quanto al contenuto informativo che veicolano. Non è quindi nostra intenzione dilatare oltre misura la categoria di celtismo: è chiaro che la maggioranza dei gruppi di cui al primo capitolo non vi rientrano, benché diversi di essi coltivino anche interessi per una spiritualità che essi stessi definiscono celtica. Per questo, abbiamo voluto parlare non tout court di un revival celtico, ma di un revival celtico e "tradizionale" (un termine, ce ne rendiamo conto, a sua volta problematico, ma dai protagonisti preferito a "precristiano", da essi considerato riduttivo in quanto li situa solo per relationem al cristianesimo).

Abbiamo avvertito un certo fastidio sia da parte dei gruppi "religiosi" nell’essere "accomunati" a quelli che essi definiscono fenomeni di folklore o sagre paesane, sia da parte dei gruppi "culturali" nell’essere "messi insieme" a forme religiose che alcuni di loro percepiscono come "sètte". Curiosamente, una certa retorica "anti-sètte" che considera le "sètte" come un fenomeno necessariamente e globalmente negativo, manipolatore e sospetto (sulla cui fallacia esiste una vasta letteratura; per qualche cenno cfr. i saggi raccolti nell’opera curata da Massimo Introvigne e J. Gordon Melton, Pour en finir avec les sectes. Le débat sur le rapport de la commission parlementaire, 3a ed., Dervy, Parigi 1996) sembra avere fatto presa anche su ambienti del revival culturale celtico italiano, forse ampliando la già comprensibile tendenza a prendere le distanze da espressioni di interesse per le spiritualità tradizionali precristiane che sono di tipo esplicitamente religioso.

A chi nutre timori di questo genere desideriamo assicurare che non è nostra intenzione "mettere insieme" quantità disomogenee (né certamente accusare alcun gruppo di essere una "sètta", parola che porta in sé una carica discriminatoria che non ci appartiene e che i nostri studi cercano da molti anni di mettere da parte). D’altro canto, il fatto che il nostro interesse si concentri sugli aspetti spirituali dell’interesse per mondi tradizionali, celtici e precristiani, non significa certamente che aspetti non spirituali non possano essere preminenti, significativi e di grande interesse in questo revival; semplicemente, non sono l’oggetto del nostro studio. L’ipotesi della ricerca è semplicemente quella che anche in Lombardia - come in altre parti dell’Europa e degli Stati Uniti, oggetto di ricerche analoghe - la presenza di movimenti spirituali ispirati al mondo tradizionale e precristiano ("celtico" o meno) e un più generale interesse culturale per le tradizioni antico-europee e in particolare per il celtismo, pur essendo fenomeni distinti, diversi e spesso distanti, possano essere però studiati in via comparativa con riferimento a un più generale "campo culturale" dove vive (a livello esigenziale, anche se poi l’esigenza trova risposte diverse e non assimilabili) l’interesse per fenomeni "altri" rispetto sia al cristianesimo sia alla modernità post-cristiana.

Siamo anche consapevoli dell’intensa discussione metodologica che circonda il termine "folklore", da alcuni considerato dispregiativo (ma da altri ridefinito e ampiamente rivalutato: basti ricordare qui i dibattiti sui cosiddetti ordini giuridici spontanei che considerano addirittura il folklore fonte del diritto). Ancora una volta muovendo da una prospettiva che considera le definizioni e le teorie come figure e strumenti di lavoro, da valutare in termini di fecondità scientifica e non di vero o di falso, quando abbiamo usato la parola "folklore" lo abbiamo fatto nel senso più ampio, che non fa certo riferimento alla degradazione di una tradizione ma al contrario a un vissuto spontaneo, scarsamente o per nulla organizzato, in cui una tradizione vive e continua, ovvero è riscoperta (eventualmente tramite il re-enactment o l’archeologia sperimentale cari alle realtà culturali del revival) magari dopo secoli di oblìo.

Tutto questo premesso, il primo capitolo esamina gruppi che si definiscono specificamente spirituali (e talora "religiosi", anche se oggi si tende a insistere sulla differenza fra "spiritualità" - come forma non organizzata né dogmatica o gerarchica - e "religione", così che non tutte le realtà "spirituali" accettano di essere chiamate anche "religiose") in diversi ambiti, alcuni dei quali caratterizzati dal riferimento a una specifica tradizione precristiana, altri per lo più eclettici in cui comunque spiritualità precristiane rimangono una componente importante (così è per il neo-sciamanismo o per certi gruppi magici o New Age).

Il secondo capitolo - dopo una breve ricognizione del complesso mondo dei revival culturali celtici e/o ispirati ad altre spiritualità precristiane in Lombardia (che di per sé non costituiscono una forma di spiritualità, e meno ancora di religione, e di cui non aspiriamo certo a fornire una fotografia o una mappa che andrebbe ben al di là degli scopi della ricerca) - si interroga sulle relazioni che intercorrono, o possono intercorrere, ovvero ancora non intercorrono fra i frequentatori di tale milieu e un accostamento di carattere più propriamente spirituale.

Il terzo capitolo, infine, presenta un’intervista in stretta relazione con il primo capitolo del testo. Gli autori tengono a ringraziare la Direzione Generale Culture, Identità e Autonomie della Lombardia e l’Assessore professor Ettore A. Albertoni per il generoso sostegno, e i detentori dei diritti sull’Enciclopedia delle religioni in Italia, pure curata dal CESNUR, che hanno permesso di utilizzare materiale raccolto sull’ambito delle spiritualità tradizionali in parallelo (naturalmente in forme parzialmente diverse) per tale enciclopedia e per la presente ricerca.

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