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Tolkien and The Lord of the Rings Saga

La Guerra dell’Anello vista dagli uomini della Quarta Era: riflessioni in libertà dopo aver visto il film

C’è ben poco da dire: il film è straordinario.

Il regista Peter Jackson ha davvero realizzato un capolavoro: un film che, una volta tanto, invece di deturpare un’opera letteraria, le rende un servizio. Spinge, invoglia a leggerla.

Ho assistito alla proiezione del lungometraggio, circondato da ragazzi, adolescenti e giovani vestiti e armati chi da elfo, chi da hobbit, chi da guerriero di Gondor. Qualcuno si è commosso alle scene più toccanti (e ve ne sono…); qualcuno al termine delle proiezione ha sussurrato: "Adesso debbo proprio leggere il libro…"; qualcun altro ha sentenziato: "Bisogna proprio che lo rilegga".

Anche i più critici – a parte i malevoli di mestiere… – sono rimasti a bocca aperta.

La bellezza dei panorami, dei paesaggi e delle ambientazioni lascia senza fiato. La fedeltà allo spirito tolkieniano è intatta; l’aderenza ai dialoghi del libro è, in certi (significativi) casi, praticamente letterale. Chi ha curato la traduzione italiana dei testi (e la Società Tolkieniana Italiana ci ha messo un ottimo zampino) ha fatto un lavoro superbo. Pur restando un grande fan dei film in lingua originale (dove si conserva tutta la potenza evocativa della lingua in cui una determinata opera è nata), i doppiatori sono stati straordinari.

Le scene, i personaggi e i dialoghi si sposano perfettamente con la colonna sonora, che è di grande impatto.

Gli effetti speciali e i mille trucchi per rendere alcuni passaggi di particolare difficoltà restituiscono inalterato il pathos del testo letterario.

Qualcuno sostiene che la psicologia dei personaggi non sia stata approfondita come invece dovrebbe. Sarà, ma è un dato di fatto che i tempi cinematografici sono assai diversi da quelli letterari, e ciononostante sfido chiunque ad affermare che Gandalf, Frodo o Boromir (per tacere di Sam, Merry, Pipino e Blbo) sono solo abborracciati.

E Gandalf! Gandalf è come ce lo siamo sempre immaginato tutti; lui e nessun altro; preciso, identico. Inconfondibile. Provare per credere.

Per forza di cose, Jackson ha dovuto operare tagli alla narrazione, ha sintetizzato alcune parti, ne ha letto o interpretate altre: ora, stante che appunto un film pure di tre ore non è un libro di centinaia di pagine che chiede ore e ore di lettura, si può tagliare, sunteggiare o interpretare un testo bene c lo si può fare male. Il punto non è non interpretare o non tagliare (che è praticamente inevitabile), ma come s’interpreta e come si taglia. Jackson lo fa, prende il coraggio a due mani e osa. Giudicate voi il risultato: giudicate se lo spirito tolkieniano viene diminuito anche di un solo iota, dite se si perde qualcosa che non siano quegli elementi che per forza, per definizione un film deve tralasciare rispetto a un’opera letteraria.

Il film contiene sostanziosi riferimento alla vicenda raccontata ne Lo Hobbit e all’avventura d’Isildur: una delle operazioni jacksoniane più riuscite è l’integrazione non didascalica, né stucchevole di parti appartenenti ad altri racconti.

Alcune delle soluzioni intelligenti che Jackson adotta per non lasciare smarrito chi eventualmente non avesse letto Il Signore degli Anelli e pure altre opere tolkieniane è quella di far spiegare a certi personaggi dati reperibili in testi magari un po’ remoti: quando, per esempio, Saruman genera la nuova (e più potente e più cattiva) razza di orchi, gli Uruk-hai, è lui stesso che spiega cosa essi siano e la loro natura eminentemente corrotta. E che di genere gli orchi siano in origine elfi modificati da Sauron (anche, dice Tolkien ma non il film, attraverso l’ingegneria genetica) è una soluzione che permette immediatamente a chiunque di cogliere un dato qualitativamente importante.

Noi nostalgici amici di Tom Bombadil, non ci siamo ancora rassegnati alla sua scomparsa dal film, ma comprendiamo la scelta operata dal regista. Che Arwen abbia più spazio di quanto non le spettasse (e che di fatto prenda il posto di Glorfindel al Guado), in realtà non stona. Che Narsil sia dove sia (vedrete…) lo si può tranquillamente accettare.

Non è che siamo di bocca buona, è che giustamente, tolkienianamente, il sub-creatore Jackson ha guardato la sub-creazione tolkieniana e a provato a raccontarla imitando l’originale. Non clonandolo.

Ora, Tolkien ci dice che La Seconda Era è il tempo forte degli elfi, di cui appunto il legendarium de Il Silmarillion si occupa: ed ecco, quindi, il suo tono, alto, distaccato, sublime. Tolkien ci dice pure che la Terza Era è invece quella in cui uomini e hobbit hanno sempre maggior visibilità, mentre gli elfi declinano (nel film, il senso della Sehnsucht lewisiano-tolkieiniana è reso benissimo) e vanno a scomparire, e anche che, tratti da Il Libro Rosso dei Confini Occidentali – composto di traduzioni dall’elfico realizzate da Bilbo Baggins, ma soprattutto della narrazione hobbit di tutte le vicende dell’Unico Anello –, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli sono il racconto di avvenimenti della Terza Era così come percepito da occhi hobbit.

Ebbene: se la Quarta Era (ovvero a partire dalla Quarta Era fino alla Quinta, alla Sesta e alla Settima in cui Tolkien, nel suo epistolario, ipotizza viviamo noi oggi, ovvero un tempo forte di evangelium diviso in avanti e in dopo Cristo) è il tempo degli uomini con la scomparsa alla loro vista degli elfi ma anche degli hobbit, la trilogia filmica di Jackson è, tolkienianamente, il modo con cui occhi di uomini vedono (e rinarrano) quelle medesime vicende.

Il tutto, appunto, in modo perfettamente tolkieniano.

Andate a vedere il film: uscirete con la voglia che sia subito Natale prossimo, quando (sul mercato anglofono) uscirà finalmente Le due Torri.

Marco Respinti

17 gennaio 2002

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